“Non sei riuscita a cambiarmi, non ti ho cambiato lo sai”

“Storia di un impiegato” rigorosamente riversato su musicassetta per non rovinare il disco. La portavo sempre con me da ascoltare fino a sfinirmi nello stereo della mia “Seicento”. Si, Faber mi aveva fulminato sebbene non passava né in radio, né in televisione, né tanto meno ai festival dell’Unità. Fabrizio non era ovviamente simpatico ai “Fasci”, ma anche i “Compagni” si turavano il naso. Il marito di Ombretta Colli lo definiva “un liceale che si è fermato a Dante”. Alla Sinistra radical-chich faceva un po’ senso il fatto di non voler essere il mantenuto di un padre ricchissimo e potentissimo. A Ceglie poi la storia era davvero “tosta”, il nostro gruppo si riuniva con le chitarre davanti la Chiesa di San Rocco e provavamo ad assaporare un po’ della sua “ora di libertà”, derisi e sbertucciati dai fighettini inamidati che bazzicavano in piazza, direzione Bar Milan. Il tempo scorre inesorabilmente e proprio ieri sera di fronte a qual bar ho ripercorso un periodo della mia vita ascoltando incantato il tributo di Nicola Piovani. Il resto è cronaca disincantata della seconda decade di un terzo Millennio o resterai più semplicemente dove un attimo vale un altro senza chiederti come mai, continuerai a farti scegliere o finalmente sceglierai.