Campa cavallo…

Se aspettiamo loro faremo la fine della baracca di tubi innocenti che giace sotto il torrione del castello di Ceglie Messapica. A nulla sono valse le insistenze di Michele Ciracì storico locale che proprio pochi giorni fa ha dedicato un trattato all’illustre Giuseppe Elia, Sindaco di Ceglie per quasi un trentennio. A questo punto il teatro comunale lo battezziamo noi.  Sabato sarà apposta l’iscrizione virtuale sulla facciata.

Volete saperne di più su Giuseppe Elia? Il libro lo trovate anche in edicola.

“…La fondazione di nuovi quartieri, unitamente alla realizzazione di strade in­terne ed esterne crearono le premesse per L’urbanizzazione dell’area compresa tra la restante vecchia cin­ta muraria e le nuove zone dove si intendeva espan­dere l’abitato, con l’aper­tura di attività produttive e commerciali racchiuse nelle adiacenze di Piazza della Croce (oggi PiazzaPlebiscito), la Corsea (Cor­so Garibaldi) e di via San Rocco. Dopo il 1862 si prepararono piani particolareggiati per l’utilizzo delle aree risultanti dalla demolizione delle mura e, nel 1869, si predispose un Piano Regolatore Generale, rimasto ancora oggi l’unico di cui Ceglie si sia mai dotata (Deliberazione Consiglio Comunale 1869). Negli anni 1870/72 predispose un regolamento edilizio (Archivio di Stato di Lecce- Prefettura Serie II – Busta 15, fs.3). Negli anni seguenti preparò un nuovo e più aggiornato Piano Regolatore della città che fu realizzato dal figlio Francesco nel 1896 (Archivio di Stato di Lecce – Prefettura, Serie II, vers. III, busta l5, fs.193) Sul finire degli anni ’80 dell’Ottocento arrivò il momento di insediare sul territorio strutture di grande rilievo e creare gli spazi per tracciare le strade della circonvallazione esterna, lungo l’anello che partendo da Piazza della Croce attraversava via Muri per ri­congiungersi con la via per Martina Franca. Inoltre, si costruiscono strade vicinali e arterie campestri di rilevante interesse economico-sociale, disci­plinate dal D.L. del 1 settembre 1818, n.1446 e dalla legge 20 marzo 1865, n. 2248, che denominava “vicinali” quelle vie che precedentemente erano chiamate private, soggette a pubbliche servitù, altrimenti dette consortili, perché mantenute da un’assemblea di utenti, normativa che venne appli­cata integralmente solo a partire dal 17 aprile 1925. (Continua qua sotto).

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Intanto per quanto riguarda la polemica del Ceglie food festival,

stanno mettendo in mezzo anche Padre Pio!

Ho riflettuto a lungo, e soprattutto ho preso visione del programma del Ceglie Food Festival, notando le discrasie. Tuttavia, se c’è qualche aspetto della realtà che io non conosco, attendo con grande curiosità le delucidazioni del caso. Intanto, ho apprezzato la citazione di Padre Pio, perché ci apre il cuore alla verità, ma nel commento non mi pare di leggere nulla di nuovo rispetto a quanto è stato scritto in questi giorni. Se sa qualcosa che noialtri ignoriamo è bene scrivere e rendere a conoscenza di realtà che si ignorano. Una certezza però esiste: ad oggi, nessuno può concretamente negare l’insensatezza di quanto accaduto: l’aver organizzato un festival a favore di un territorio specifico – e tra l’altro con danaro della collettività, non di privati liberi sostenitori dell’iniziativa – e, paradossalmente, in tutta questa operazione, si tengono addirittura fuori gli artefici del successo di una cittadina che ha fondato la propria fama proprio sugli esclusi dal festival. – (Continua qui)

In quel secolo XIX le trasformazioni urbanistiche mutarono radical­mente l’aspetto di Ceglie, soprattutto per l’indirizzo culturale imposto dalla figura del Sinda­co Giuseppe Elia, dalla Deputazione di Terra d’Otranto e dalla Commissione Edilizia Comunale, l’organo cui era demandato il compito di elaborare un Regolamento di costruzione delle abitazioni, embrione di un futuro  “piano  regola­tore” organico. Le

competenze della Commissione comunale erano tuttavia limitate all’aspetto esteriore degli edifici legato a una visione di pubblico decoro. I membri della Commissione furono scelti inizialmente tra i “cittadini forniti di cognizione in materia di Belle Arti”, appartenenti quasi tutti all’aristocrazia locale, suc­cessivamente ne fecero parte anche mastri muratori di grande rilievo come i Trincheri di Ostuni e i cegliesi Salvatore e Cosimo Cavallo, Carlo Annese, Pietro e Vincenzo Palazzo, Bartolomeo Caroli, Gennaro Conte, Ambrogio Lisi, Rocco Gioia, Giovanni Verardi, Leonardo Martinelli e Pietro Leporale: tutte maestranze locali che fornirono un apporto tecnico e concreto al nuo­vo volto del paese.

L’ideale di riferimento per le costruzioni doveva rispondere a uniformità e a regolarità simmetrica dei fabbricati: l’allineamento verticale e orizzontale di porte e finestre, la loro riduzione da centinate a rettangolari, l’introduzione di fasce marcapiano e cornici modanate. Tipico esempio di questo indi­rizzo, fu la costruzione di Palazzo Vitale, la cui facciata principale presenta un rivestimento a bugnato sul modello alto del Palazzo dei Diamanti di Fer­rara, esempio unico sul nostro territorio comunale. I numerosi interventi di ristrutturazione e i rari progetti di nuove costruzioni furono improntati a questi criteri. Il risultato fu una cittadina più decorosa, probabilmente più funzionale e riconoscibile visto che lasciava un Impronta di quell’epoca an­cora oggi riconoscibile nel tessuto urbano. Nella seconda metà del XIX se­colo, con l’arrivo di una nuova generazione di architetti e maestranze locali, il rigore neoclassico propugnato fino a quel momento cedeva il posto a un classicismo che non disdegnava il ricorso alla decorazione e il ritorno alla linea curva dell’arco a tutto sesto, tendenza che trovò applicazione nell’ar­chitettura civile, tipico esempio il bellissimo Teatro Comunale.

Nel 1873 iniziò la costruzione del grandioso opificio a vapore di pro­prietà di Giuseppe Elia, su progetto dell’ingegnere R. Magliulo, innalzato sul terreno di proprietà della famiglia sulla provinciale per San Vito dei Normanni. Una ubicazione che consentiva un più rapido spostamento delle merci che in meno tempo potevano raggiungere Lecce e i porti di Brindisi, Bari e Taranto, un luogo scelto anche per la presenza di un’importante falda acquifera, indispensabile per l’attività. Il fabbricato, fino a trent’anni fa fatiscente ma ancora visibile, fu abbattuto per far posto alla costruzione di alcuni condomini. Si trattava di un oleificio che rispondeva a criteri di efficienza e modernità ma che concedeva molto anche all’aspetto architetto­nico, con una certa “poetica” dell’edilizia industriale in auge in quegli anni…”

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